il filo dei ricordi
Elvira entrò nella stanza semi vuota, al buio e vide in un angolo, accanto alla tenda, un piccolo quaderno di cuoio, lo prese e lo portò con sé.La porta iniziò a sbattere, c’era vento, Elvira andò via. Uscì di casa, in giardino si sedette sulle scale di pietra ingiallite dalla pioggia e aprì il piccolo quaderno. Iniziò a piovigginare, sulla prima pagina un’icisione diceva: ” Alla mia vita, per sempre”. Si alzò corse in macchina, accese il motore ma rimase lì non riusciva ad andar via. Dopo qualche ora tornata a casa, si sedette sul divano di velluto verde e aprì il quaderno, iniziò a leggere “ Caro amore mio oggi sei nata, sei il mio unico bene, il sangue dalle mie vene è fluito nelle tue e sento che anche se oggi sono costretta ad affidarti ad Irma, resterai sempre il mio sangue, la mia unica fonte di vita”. Chiuse gli occhi e pensò che tanto amore solo una mamma era in grado di provarlo.
Squillò il telefono”Elvira sono Anna sto tornando da te, rispondi, ci sei, rispondi, io verrò che tu lo voglia o meno, ciao”. Questo è il messaggio lasciato in segreteria.
Dopo due giorni bussarono alla porta, lei aprì in vestaglia e vide lì davanti a sé Andrea che la guardava senza parlare, tra loro le parole erano inutili. Andrea entrò si abbracciarono, si baciarono, poi, Elvira gli fece ascoltare il messaggio di Anna. Lui la guardò e disse” Anna tornerà ma io non andrò più via, mai più”.
Elvira stava cercando di ricostriure la sua vita, trovare un senso a tutto quello che era accaduto. Quando aveva sette anni scoprì che la casa dove viveva non era di sua nonna come aveva sempre pensato e che quell’uomo che lei amava come un padre non era suo padre, ma l’uomo che l’aveva salvata dopo che i suoi genitori erano stati assassinati e di loro si erano perse le tracce.
Il generale Rodriguez l’aveva amata come una figlia, coccolata, adorata.
In casa Alvaro Rodriguez diventava un altro, tenero, quasi infantile, il suo sguardo assumeva una luce diversa, la sua bocca non più serrata in una smorfia ma aperta e sorridente, le sue mani non più rigide ma morbide e pronte ad accarezzare leggermente i lunghi capelli di Elvira.
Alvaro amava teneramente sua figlia e sua moglie Agnese. Nulla faceva sospettare che quell’uomo tanto amorevole, tanto dolce, caro, sensibile, gentile, delicato potesse poi trasformarsi in un vero mostro.
Il generale Rodriguez aveva personalmente partecipato alle torture inflitte a più di cento detenuti, morti in seguito alle percosse subite. Tra questi poveri derelitti c’era anche una giovane coppia, lei vent’anni Rosa De Lima, lui ventiduenne Antonio Roca Rei. Giovani, pieni di sogni, innamorati come non mai, ricolmi di ideali, di speranze, fino al giorno in cui furono prelevati, di notte, dalla loro casa nella quale non fecero mai più ritorno. Rosa però ebbe il tempo di correre al piano di sopra, prendere sua figlia di poco più di un mese, avvolgerla in una copertina verde, legarle al collo una medaglietta e battere col pugno sul muro, tre colpi secchi; la donna che viveva nell’appartamento accanto, aprì la finestra, tese le braccia e prese con sé la piccola che ignara di tutto continuava a dormire placidamente.
Appena Rosa ebbe rinchiuso la finestra, la porta della camera, si aprì bruscamente ed entrarono due militari con pistola e una torcia accesa. Fù immobilizzata, imbavagliata, trascinata al pian terreno, caricata insiema al marito su un furgone blindato.
Arrivarono al carcere, furono portati in un stanza, separati, non si sarebbero più rivisti, legati mani e piedi. Poi, entrò il generale Rodriguez, Rosa svenne quasi subito.
Intanto Irma cercò di procurarsi del latte per la bambina, doveva fare di tutto per non suscitare sospetti e tentare di portare la bimba fuori dal paese.
Due giorni dopo, alle due del mattino, il generale Rodriguez in persona, bussò alla porta di Irma, entrò, si sedette sul divano in cucina e disse: “Rosa e Antonio non rivedranno mai più la loro unica figlia. Ora tu me la consegnerai senza fare resistenza. Elvira vivrà nella mia casa, come se fosse mia figlia, avrà il mio cognome, nessuno farà domande, nessuno darà risposte. Lei dimenticherà questa storia per il suo bene ma soprattutto per il bene della piccola, se qualcuno sapesse chi è veramente, io sarei costretto ad eliminare le prove della sua esistenza, capisce Irma? Dovrei farlo e basta. Se lei tacerà allora Elvira Rodriguez vivrà come una principessa, amata e coccolata, studierà e viaggerà, ho già predisposto tutto affinchè qualora mi succedesse qualcosa, lei non subirebbe conseguenze, sarebbe salvata e portata al sicuro in un altro Paese a condizione che continui a pensare di essere figlia del generale Rodriguez, altrimenti sarebbe spacciata. Ora scelga. Vada a prenderla e me la dia, è per il suo bene”.
Il generale uscì da quella casa con la bambina in braccio, la portò a casa, la depose nella culla che avevano preparato per lei. Il giorno dopo al risveglio Agnese Rodriguez, la moglie del generale, si recò col marito all’ufficio anagrafe dove fu registrata la nascita della loro prima ed unica figlia col nome di Elvira Rosa Agnese de Rocho Rodriguez nata il 26 maggio 19..
Elvira era una bambina allegra, spensierata, la sua vita ricolma d’amore, la madre e il padre l’adoravano, era il centro del loro mondo.
Un giorno la madre l’abbracciò forte e iniziò a piangere, le disse:”Mio piccolo angelo se solo sospettassi ciò che ti abbiamo fatto ci odieresti”.
Agese aveva tanto desiderato avere dei figli ma numerose cure fatte anche all’estero non avevano dato alcun esito, la diagnosi era sempre la stessa, una malformazione congenita le impediva di avere figli naturali.
Questa diagnosi pesava sulla sua vita come una condanna. Agnese aveva sempre amato moltissimo Alvaro e lo amò sempre, nonostante tutto. La sua casa era come una roccaforte chiusa al mondo esterno, CASA DORADA era un palazzetto bianco, circondato da un parco con una fontana al centro con una statua di Venere intenta a lavarsi i capelli, circondata da sei puttini di marmo rosa. Il parco era davvero grande con piante di ogni specie, alberi da frutto, roseti, piante grasse, pini, in fondo al viale c’era una casetta nascosta tra le foglie,con una porta verde, il nascondiglio segreto della piccola Elvira.
Il parco era davvero come un mondo fatato, c’era sempre qualcosa di nuovo da scoprire ed ogni giorno la bimba lo attraversava, correndo o passeggiando lentamente accompagnata dal suo piccolo cagnolino Leo. Un giorno trovava un coniglietto bianco, con una macchia, marrone sulla coda, allora lo portava a casa dalla mamma, lo metteva in una gabietta e lo portava in cucina accanto alla vetrata che dava sulla piscina, un altro giorno a casa arrivava un pappagallino giallo e poi uno scoiattolo, una lucertola e altri ancora.
Elvira sapeva che fuori dalle mura del suo parco esisteva un mondo ma non le interessava più di tanto, sapeva che per nessun motivo al mondo doveva uscire dal cancello di ferro in fondo al viale, cosa quasi impossibile siccome sia di giorno che di notte c’erano sempre almeno tre militari armati che non permettevano anessuno nemmeno di avvicinarsi.
La giornata di Elvira era scandita da molti impegni, con l’istitutrice, il maestro di piano, l’insegnante di lingue e quello di ballo, ma dalle diciasette fino alle venti il parco era tutto per sé, poteva fare quello che voleva, correre oppure rimanere sdraiata sull’erba accanto alla piscina a leggere o a giocare con leo e il piccolo Miù, il gattino dai grandi occhi blu.
Pensava che in quella casa era al sicuro da tutto, dal dolore, dalla sofferenza; nessuno avrebbe mai tolto un solo capello alla figlia del gen.Alvaro Rodriguez, nessuno avrebbe osato farla piangere o solo limitare la sua immensa felicità.
Fino al 15 giugno 19.. quando il dott.Sergio De Lima aprì la porta della camera di sua madre ed uscì con la testa bassa in lacrime, dicendo:”Ho fatto tutto il possibile, generale, ho fatto del mio meglio ma ma ..”
Non finì la frase corse via lacrime.
Alvaro chiuse la porta, prese Elvira per mano la portò al pian terreno, la fece sedere e poi disse che dal quel giorno lei non aveva più la mamma, ma che lui e la tata avrebbero continuato a fare tutto il possibile per non farle mancare nulla.
Nanà tentò in ogni modo di sollevarle il morale, ma Elvira ora sapeva cosa era il dolore.
Un giorno, era notte, quando bussarono al portone, il gen. Rodriguez aprì, uno dei militari di guardia si scusò del disturbo e disse che una signora desiderava urgentemente parlare con lui, che si trattava di una questione delicata e disse un nome “Irma”.
Il generale assunse una smorfia d’inquietudine, poi, disse di farla passare ma di non allontanarsi dal portone.
Irma entrò in casa, si sedette, il generale chiuse la porta, si accomodò dietro la scrivania e fissandola dritto negli occhi disse”Lei non dovrebbe essere qui, lo sa, lo sa bene”. Irma disse che era stata costretta a venire per avvisare del fatto che la nonna materna di Elvira, Anna Rosa Mendez, era sulle tracce della bambina e che non si sarebbe arresa, aveva amici influenti e con l’aiuto del suo secondo marito sarebbe riuscita a venire a capo della storia, lei non voleva essere coinvolta in nessun modo, parlò di una lettera, di un diario e di tante altre cose che Elvira ascoltò nascosta dietro la porta senza fiatare, senza respirare, sentì quella donna dire che era necessario portare la bambina fuori dal Paese, dovevano farla sparire al più presto e che lei era l’unica persona che poteva aiutarlo, doveva affidargliela, lei avrebbe pensato atutto.
La notte stessa Elvira fu svegliata dal padre che le disse di prepararsi per partire.
La tata, preparò una valigia con poche cose, abbracciò la bimba in lacrime senza dire nulla.
Alcuni giorni dopo Elvira si ritrovò a correre su una spiaggia dorata, era in Sicilia, a Palermo.
La casa dove viveva era grande molto più grande di quella dove aveva lasciato il padre.
La bimba non capiva il perché questo viaggio con una donna mai vista prima e perché fosse finita in Italia in un convento con tante donne vestite di nero, taciturne ma molto amorevoli e gentili.
Irma spiegò alla bimba che in seguito alla socmparsa della madre Agnese, il padre aveva deciso che fosse utile allontanarla dalla casa per farle superare il lutto e che in questo luogo avrebbe potuto studiare e crescere lontana dai dolori della vita.
Da quando aveva memoria tutti si preoccupavano di allontanarla dal dolore, di non farle neppure lontanamnete capire cosa fosse, nulla doveva turbarla, nulla doveva attentare alla sua serenità
Passarono sette anni duranti i quali Elvira studiò, crebbe e prese coscienza del fatto che il padre per proteggerla da qualcosa che nove anni prima non aveva compreso l’aveva allontanta da sé, dalla sua casa, dal suo mondo, ora parlava italiano e aveva un altro nome, si chiamava Maria Beatrice Onofri, aveva una data di nascita diversa e risultava nata il 13 luglio 19.. a Palermo da madre e padre ignoti, affidata alle cure delle suore del Sacro Cuore di Gesù per volontà di una sua nonna poi deceduta.
Irma risultava chiamarsi Luisana Del Rio nata a Catania e accolta come conversa nel convento in qualità di cuoca e tuttofare, era lei che si occupava della bimba e a tutti andava bene così, in effetti nessuno faceva domande.
Di tanto in tanto il gen. Rodriguez in qualità di benefattore telefonava alla madre superiora chiedendo come andava l’andamento del convento .
Maria beatrice non chiese mai il perché di tutto questo pensando che un giorno avrebbe avuto la forza di fuggire e di iniziare a cercare la verità.
Compiuti i diciotto anni lasciò il convento ed andò a vivere in una casa donatale dal suo benefattore, l’avvocato Mario Marini di Palermo.
Iniziò per lei una vita diversa, si iscrisse all’università e lì fece un incontro che le avrebbe cambiato la vita.
Incotrò Angela, a lei confidò di non essere italiana e di essere la figlia del gen. Alvaro Rodriguez.
Angela le parlò dei figli dei desaparecidos.
Il mondo ovattato di Maria Beatrice o Elvira, come l’avevano chiamata per i primi anni della sua vita crollò, capì che la ricerca della sua vera identità l’avrebbe portata lontano, attraverso ben tre identità.
Si mise in contatto con un’associazione di figli adottati illegalmente, lì trovò il conforto di persone che come lei cercavano la loro vera identità.
Incontrò Andrea, anche lui nato da madre e padre ignoti, dato in adozione quando aveva sette mesi ad una famiglia di Roma che lo aveva amato immensamente eppure cercava la madre, quella “vera”.
Elvira aveva aperto la porta sul suo passato, tutto le tornò alla mente, come se lei avesse avuto la consapevolezza di un adulto e non soltanto pochi mesi, rivide la madre, il padre, la nonna, sentì i passi di sua madre che correva concitatamente verso la culla l’afferrava, la ricopriva con una copertina e piangendo le dideva addio mentre bussava alla finestra della vicina, vedeva chiaramente il suo volto, il piccolo neo nero vicino al labbro , gli ochhi nocciola, la fornte incorniciata dai capelli neri lunghi e poi vedeva le braccia della vicina , vedeva la mamma richiudere la finestra.
Fine.
Tutto finito!
Una nuova identità e una nuova casa.
Eppure, dentro di sé aveva mantenuto vivo il ricordo di sua madre, il suo profumo, il suo calore, la luce nei suoi occhi; tutto impresso nella sua anima.
Ora sapeva chi era e nasceva ancora una volta, di nuovo e nuovamente Elvira.