L'integrazione passa per la cucina

Il 27% delle liti condominiali nasce per gli odori della gastronomia etnica

Un tempo nei condomini italiani si litigava per i panni stesi, per i rumori di un cane eccessivamente vivace, per la musica troppo alta di qualche studente fuorisede o per gli schiamazzi dei ragazzini in cortile. Oggi le abitudini sono diverse e soprattutto sono cambiati gli inquilini. Infatti, secondo una ricerca pubblicata dall’ANAMMI, l’Associazione Nazional-europea AMMinistratori di Immobili, i principali diverbi tra condòmini nascono a causa degli odori della gastronomia etnica.

«Non è un semplice fatto di colore – avverte Giuseppe Bica, presidente dell’ANAMMI – ma un problema assai serio, anche se con risvolti grotteschi». Stando ai dati dell’associazione, le liti di condominio legate alle cosiddette “immissioni” sono le più frequenti: il 27% sul totale annuo delle diatribe condominiali, e anzi pare che di recente gli episodi di questo genere si siano moltiplicati. «Il caso più classico – spiega Bica – è quello del gruppo di condomini che si lamenta per il forte odore di cucina orientale». Non a caso, l’80% delle liti di stampo etnico-culinario coinvolgono immigrati di origine asiatica (India, Bangladesh e Pakistan), seguiti alla distanza dai cinesi  e dai maghrebini (in particolare tunisini e marocchini).

Spesso chi è accusato di immettere odori troppo penetranti si difende dicendo: “Tu hai il soffritto, io ho il curry”, e per il presidente dell’ANAMMI «ha ragione visto che secondo l’articolo 844 del Codice Civile, l’immissione non può essere impedita a meno che non superi la normale tollerabilità, rilevata nel contesto di riferimento». Ovvero se a immettere l’odore è un ristorante cinese che affaccia nell’androne abbiamo il diritto di lamentarci ma se è uno degli inquilini del palazzo non ci resta che tollerarlo. D’altronde come spiega lo stesso Biga, «La tollerabilità di un odore  è assai difficile da quantificare. Come faccio a definire intollerabile un aroma di cucina, se per giunta non configura un danno per la salute o per il decoro? Se si accetta la zaffata di soffritto o di broccoli nell’atrio, perché non quella di pollo al curry?».

L’integrazione, dunque, passa attraverso i condomini italiani o forse dovremmo dire attraverso le cucine. L’immigrazione è una realtà del nostro Paese e con essa dobbiamo imparare a confrontarci e a convivere, e spesso gli amministratori condominiali, che con grande pazienza raccolgono così tante lamentele, potrebbero ricorrere a qualche stratagemma. Infatti il presidente Bica consiglia di organizzare «una cena etnica tra condòmini, un giro nella cucina della famiglia di immigrati, in modo da far capire che in quel posto non succede nulla di strano. E’ un modo per superare la barriera tra due mondi». Insomma, «nella gestione delle differenze, l’amministratore di condominio è chiamato a decidere non soltanto sulla base della legge, ma anche del buon senso».



01/02/2009 | Demilito Pierfrancesco

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