Acqua potabile allÂ’alga rossa: cosa beviamo, quali rischi.

Microtossine protagoniste da anni allÂ’Istituto Superiore di SanitĂ . Ma servono linee-guida nette ed omogenee.

     La questione “alga rossa”, in queste settimane, ha allarmato le case degli italiani.
Questa cianoficea (scientificamente Planktothrix Rubescens), produce delle tossine estremamente minuscole (microcistine) che sono considerate tra le “cianotossine” più diffuse.


     Già da molti anni l’Istituto Superiore di Sanità si sta interessando della potabilità delle nostre acque, ovvero quelle che arrivano dai rubinetti alle caraffe presenti sulle tavole degli italiani. È stato proprio l’Istituto, infatti, a dare vita diversi anni fa, in collaborazione con il Dipartimento di Prevenzione del Ministero della Sanità, un gruppo di lavoro formato da esperti dell’ Istituto dei Laboratori di Alimenti, Igiene Ambientale e Medicina Veterinaria.

 
     Quali rischi si corrono per l’uomo?
     Dai rapporti di diversi progetti di ricerca realizzati da questi Laboratori si evince che “il rischio per la salute umana dovuto alla presenza di tossine cianobatteriche nelle acque naturali e potabili è notevole e documentato, oltre che da episodi di avvelenamento, anche da studi di tossicità condotti su animali e dalla conoscenza delle modalità di azione delle cianotossine purificate”.

     Sono delle potenti epatotossine che agirebbero sul fegato, sui reni e sui polmoni (se ne vengono inalate le spore nel periodo della fioritura). La loro azione si combina quasi sempre a quella di altre alghe e agirebbero come promotori tumorali.

     Così come evidenziano il Centro Nazionale per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie ed il Dipartimento di Prevenzione e Comunicazione del Ministero della Salute, quando si effettuano i controlli di potabilità nei bacini idrici, non sempre vengono seguiti degli standard omogenei da regione a regione, perché in sostanza c’è la necessità reale di ricevere delle adeguate linee-guida.

 
     Come si fa a stabilire se c’è il rischio di contaminazione?
     L’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha condotto, tra gli altri, uno studio di tredici settimane su un topo da laboratorio. Ad esso è stata somministrata una quantità di acqua contaminata dalla microcistina-LR e dopo una serie di procedimenti hanno ricavato che, per non essere “considerata" tossica, l’acqua non deve superare il famoso valore guida di 1 microgrammo di tossine per ogni litro di acqua (valore arrotondato).

Bisogna tener presente però che, oltre a questa, sono presenti altri tipi di microcistine.

     Tuttavia, in un altro progetto di ricerca, lo stesso Istituto Superiore di Sanità afferma che “un superamento contenuto del valore della linea guida di 1 microgrammo/litro per un periodo limitato non comporta necessariamente un rischio significativo per la popolazione esposta”.

 
     Quali sono allora i sintomi nell’uomo?

     È una coincidenza che i sintomi di intossicazione alimentare dovuti a questa alga siano simili a quelli che, in questo periodo, i medici di famiglia hanno detto essere sintomi del virus influenzale di quest’anno?

La microcistina-LR è tra le microtossine più potenti e prevede, “dopo tre-quattro ore dall’ingesitone: gastralgia, vomito, diarrea e dolori intestinali. Più tardi subentrano febbre, emicrania acuta, dolori muscolari e articolari, debolezza, aumento delle Ygt (indice di danno epatico), lieve o nessun aumento di alanino-amino transferasi e fosfatasi alcalina”.

I dottori ricordano, inoltre, che la fase epatica dura circa due giorni con successivi cinque giorni di dissenteria. C’è da riflettere.

 

     Confrontata con l’acido cianidrico e la stricnina, la microcistina è venti volte più potente!

Non per altro, i cianobatteri si adattano facilmente ai più disparati habitat. Da quello più salino alle acque dolci, da quelli freddi a quelli più caldi (nelle acque termali addirittura fino a 70°C), questi batteri resistono anche a condizioni di estrema siccità.

 

     Ma questi filtri a carbone attivo, installati dagli organi preposti nelle nostre dighe, servono davvero a qualcosa?


     L’Istituto Superiore di Sanità dà risposta certa. Gli ordinari processi di purificazione dell’acqua (chiari-flocculazione, filtrazione, preflorazione) non bastano a rendere innocue le tossine prodotte dalle Cianoficee. Invece, il sistema più efficace per eliminarle è far passare l’acqua attraverso dei filtri a carboni attivi, anche se questo non assicura contro le formazioni di trialometani provenienti dalle sostanze organiche che, comunque, sono ancora presenti nell’acqua.

Significa che quando si igienizza l’acqua per renderla pura, prima di incanalarla nelle nostre condutture, si utilizza il cloro che, quando entra in contatto con i microrganismi presenti immancabilmente nell’acqua, forma delle sostanze chiamate appunto trialometani, anch’essi cancerogeni.

     In uno studio, addirittura, si è notato che se nell’acqua è presente del solfato di rame, le cellule tossiche resistono nell’habitat in media fino a tre settimane e l’uso potabile di quelle acque è sconsigliato prima di un mese dalla scomparsa della fioritura.

L’acqua può anche avere un odore neutro, quindi non avere odori sgradevoli, ma possedere ugualmente tracce di tossine.

Come rassicurazione, però, i ricercatori guardano sempre ai filtri a carboni attivi (granulati o in polvere) come il migliore sistema per eliminare le tossine dagli impianti di trattamento dell’acqua potabile.

 
     Comunque, il semplice fatto di aver installato questi filtri, come ad esempio nel caso della diga di Occhito, vicino Foggia, non basta a rimuovere l’onere di pubblicità degli organi preposti che, si rammenta, hanno una “responsabilità sociale”.
In tali circostanze, la prima protezione da assicurare al pubblico è quella di promuovere campagne di informazione, soprattutto per educare la cittadinanza ed informarla, sia a livello locale che nazionale. Oltre, logicamente, ad intensificare i programmi di monitoraggio delle acque.

 
     L’acqua è un bene che deve essere alla portata di tutti e, soprattutto, quella potabile. In un Paese industrializzato come il nostro è incredibile cacciare forzatamente dei soldi per acquistare acqua imbottigliata (quasi sempre in contenitori di plastica).
Se l’acqua pubblica non presenta rischi reali sulla salute, allora idonei sarebbero spazi pubblicitari che informino e diano fiducia al cittadino, evitando una corsa agli acquisti dell’“oro bianco” confezionato.



08/03/2009 | Luigi Cambarau

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