Darren Aronofsky racconta la vita spezzata di Randy "The Ram"
Una vita consegnata al wrestling, sbattuta sulle prime pagine dei giornali, stampata sulle magliette, votata al pubblico ludibrio. Di questo si nutre Randy “The Ram” (un incredibile Mickey Rourke), professionista degli anni ’80 ormai caduto nell’oblio, salvo occasionali performance per ragazzini di quartiere e palestrati di città.
Darren Aronofsky (π - Il teorema del delirio, Requiem for a dream, L’albero della vita) porta in sala il grande spettacolo di The Wrestler, Leone D’Oro alla 65a Mostra di Venezia, vincitore di due Golden Globe (miglior attore e miglior canzone) e candidato a due premi Oscar.
Vecchio pezzo di carne maciullato, "The Ram" (l'Ariete) rimane aggrappato alla fama dei tempi andati che lo aveva reso un eroe e condannato alla solitudine che tanto si addice alla “leggenda vivente”. Una specie di “attrazione umana” il cui corpo - saturo di steroidi e droghe pesanti - si ribella durante un incontro costringendolo a scendere dal caro ring e realizzare che, oltre il “quadrato”, c’è dell’altro.
"The Ram" trova la vita altrove: nell’affetto di una figlia che non conosce (Evan Rachel Wood) e nell’amore di una donna sola quanto lui (Marisa Tomei). Il gigante buono si scopre fragile. Ma quando il gioco si fa duro, il guerriero non sa rinunciare all’unico posto in cui non si fa del male, al pubblico che è la sua famiglia. Un ring che paradossalmente lo rende persona, carne viva, cuore pulsante di un ingranaggio perverso, ovvero lo show business dei colpi non regolamentari e di una violenza che, seppur palesemente simulata, è più vera che mai.
Mickey Rourke regala un’interpretazione da Oscar (mancato) quanto mai somigliante all’esistenza spericolata dell’attore stesso. D'altronde, “la mia unica fede risiede nelle ossa rotte e nei lividi che mostro”, canta Bruce Springsteen all’amico Mickey e a tutti i wrestler che, fuori dal ring, sono spaventapasseri vuoti e spezzati.