Nessun allarme in Puglia, livelli trascurabili. Ma da quanto le ingeriamo?
L’allarme “alga rossa” nelle nostre acque potabili non è un problema nuovissimo. E’ una faccenda da sempre esistita ma, spesso, pare che la popolazione dimentichi di aprire gli occhi su ciò che ingerisce. E si crea il polverone della mala informazione solamente quando i livelli di tollerabilità dell’organismo umano a queste tossine sono davvero oltre la soglia minima di sicurezza, oppure quando si vuole creare favoritismi o viceversa...
In un comunicato pubblicato sul suo sito istituzionale, la Regione Puglia tranquillizza la popolazione regionale sulla questione “alga rossa”.
La potabilità dell’acqua della diga di Occhito, sul fiume Fortore - comunica l’Assessorato alle Politiche della Salute - non è mai stata messa in discussione perché i risultati ottenuti dalle analisi dell’ultimo rilevamento (0,2 microgrammi/litro), effettuato lo scorso 27 febbraio, sono stati sempre al di sotto della soglia di allarme fissata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (1 microgrammo/litro). Addirittura, già dal 21 febbraio 2009 l’Acquedotto Pugliese ha installato quattro nuovi filtri a carbone attivo constatando, con altre analisi, che i valori delle tossine generate dalle alghe sono al di sotto del livello di rilevabilità della strumentazione, quindi molto bassi.
Quella del Lago di Occhito è una delle dighe in terra battuta più grandi d’Italia. Dallo sbarramento del fiume Fortore nasce questo invaso che unisce le due regioni, Puglia e Molise, con i suoi quattordici chilometri quadrati.
I deflussi invernali del Fortore vengono raccolti in questo bacino che riesce a servire tutto il corso del fiume fino a valle e tutta la pianura del Tavoliere.
Ma come si originano le alghe?
Sono organismi che vivono in ambienti acquatici e sono una via di mezzo tra un batterio ed una pianta. Vivono in simbiosi con i funghi, cioè l’alga si nutre di acqua e sali minerali prodotti dal fungo ed esso, viceversa, trae beneficio dai composti organici frutto dell’alga e della sua azione fotosintetica.
Fin quando le acque sono sempre ossigenate perché in movimento, tutto il microcosmo è regolato naturalmente dal ricambio idrico, senza danneggiare il resto della flora e della fauna circostante (eutrofizzazione naturale).
Tali batteri nascono soprattutto in acque stagnanti (laghi, paludi, invasi di acqua dolce, ecc.) ma è sempre la Natura a fare da autoregolatrice.
Problemi, invece, possono sorgere nel momento in cui tali microrganismi si riproducono a dismisura (eutrofizzazione culturale o antropogenica). Cosa che naturale non è!
Se ad esempio la temperatura dell’acqua è più alta di quanto dovrebbe essere (pensiamo alla cappa che si crea nell’atmosfera dovuta ai gas di scarico dei mezzi di trasporto e delle fabbriche e che fanno aumentare la temperatura terrestre) e vi è una sovrabbondanza di nutrienti nelle acque (pesci morti, carcasse di animali, piante in putrefazione ma anche fertilizzanti agricoli, rifiuti industriali, ecc.), ebbene, l’alga crea una vera e propria colonia che arriva a coprire la superficie acquatica.
Queste “fioriture”, così si chiamano, non lasciano filtrare la luce del sole attraverso l’acqua portando morte certa alle piante, agli animali e a tutti gli esseri viventi subacquei. A questo si aggiunge anche il consumo di ossigeno nell’acqua, da parte delle alghe, causato dal loro processo aerobico di decomposizione.
Una conseguenza inevitabile è il danneggiamento anche delle specie animali che vivono lungo la costa o che, comunque, si servono dell’invaso per abbeverarsi. Un’acqua inquinata è portatrice di numerose malattie per qualunque essere vivente la beva, compreso l’uomo.
Invece, questa famosa “alga rossa” che cos’è?
Scientificamente è chiamata “Planktothrix Rubescens” e si forma nel momento in cui le acque sono ricche di tutti quei componenti suindicati. Da anni si stanno facendo studi su questi tipi di “cianoficee” che producono batteri ritenuti tossici all’organismo, le “microcistine”. Solo negli ultimi trent’anni l’alga rossa è stata considerata come alga tossica che produce i cosiddetti “cianobatteri”.
Questo tipo di alga produce delle spore che, nei primi mesi dell’anno, possono essere trasportate dal vento o anche dalle migrazioni degli uccelli. Ecco perché un invaso d’acqua può avere lo stesso problema di un bacino limitrofo. Oppure, ancora, attraverso la falde acquifere sotterranee in movimento da un lago all’altro.
Gli studiosi hanno affermato che queste microtossine agiscono sul fegato, sui reni e sui polmoni e che, accumulandosi, potrebbero provocare tumori epatici, epiteliali e gastrointestinali. L’uomo deve considerare molti aspetti quando si siede a tavola all’ora di pranzo. L’importante è evitare di assumere, specialmente al giorno d’oggi più che mai, l’atteggiamento del drammatico di turno: “tanto ne siamo circondati e non possiamo fare nulla!”.
C’è, comunque, un aspetto rasserenante in tutto questo: per arrivare a tali effetti nocivi per l’organismo umano dovrebbero essere ingerite in grandi quantità e da diverso tempo, oppure inalandone le spore.
La domanda inquietante, invece, è: ma da quanto tempo le consumiamo sulle nostre tavole?