Afghanistan: bombe "intelligenti" della Nato fanno strage di civili

Continua l'offensiva dell'esercito Nato nelle province afgane. Emergency: "E' emergenza umanitaria"

All’indomani del tragico attacco aereo sferrato dalle forze Nato nella provincia dell’Uruzgan, nell’Afghanistan meridionale, si apre la questione sicurezza e tutela della popolazione civile afgana. Domenica scorsa, 27 civili tra cui un numero imprecisato di donne e bambini hanno perso la vita a causa di un errore commesso dalle forze militari in campo. L’incursione aerea delle forze Nato sui cieli delle province meridionali dell’Afghanistan, roccaforte dei ribelli talebani, non ha dato i suoi frutti ma, al contrario, ha aggiunto un nuovo tragico capitolo alla già drammatica situazione afgana. Ancora una volta, a pagare un prezzo altissimo nella guerra al terrorismo sono stati i civili. Donne e bambini inermi, uccisi per errore. Uno sbaglio “ingiustificabile”, così lo ha definito il governo di Kabul. Un errore per il quale non dovrebbe esistere il perdono.
Al di là delle scuse rivolte al presidente afgano Hamid Karzai da Stanley McChrystal, comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, ciò che dovrebbe rimanere scolpita nella memoria collettiva è l’immagine della sofferenza muta e dignitosa di un popolo stremato da una guerra che oramai persiste da circa 9 anni. La chiamano “lotta al terrorismo” ma in realtà è una lotta che non risparmia nessuno, tanto meno i bambini l’anello più debole e indifeso della spirale di odio e violenza che da troppo tempo investe il territorio afgano. Tra bombe che esplodono ad ogni posto di blocco, tra bombardamenti e incursioni militari miranti a stanare i ribelli talebani, a rimetterci la vita sono sempre le frange più indifese della popolazione, soprattutto bambini. Non hanno più di nove, dieci anni di vita ma alle spalle un’esistenza fatta solo di sangue, violenza e morte. Non conoscono altro che divise militari, mezzi blindati e fucili. Si nascondono dentro le proprie abitazioni per sfuggire alle bombe lanciate da terra o cadute dal cielo. Lì, tra le quattro mura di casa, forse si sentono più protetti e al sicuro, come se quelle quattro pareti di pietra e fango potessero realmente impedire ad un proiettile o ad una bomba a mano di entrare e colpirli. Non è così. Anche loro diventano carne da macello. La storia di Akter Mohammed, raccolta da un giornalista del Corriere della Sera, lo dimostra. Akter ha nove anni. Quando l’offensiva americana (soprannominata Mushtarak, Insieme in lingua pasthtun) prende piede nella provincia di Helmand è notte, Akter si trova in casa con il padre. Luci spente per non dare nell’occhio. Akter però si muove e la sua ombra furtiva viene intercettata da un cecchino che, convinto si tratti di qualche talebano nascosto all’interno dell’abitazione, spara. Il proiettile colpisce Akter alla testa. È gravemente ferito ma non ancora morto. Alcuni militari fanno irruzione nell’abitazione, ma dinanzi non si trovano gruppi di talebani, bensì un uomo disperato che tenta di soccorrere il proprio figlioletto riverso a terra in una pozza di sangue. Una volta constatato che la casa non è un covo di terroristi, i militari se ne vanno lasciando il padre e il figlio alla loro disperazione. Trasportato d’urgenza in ospedale, Akter viene sottoposto ad una delicata operazione chirurgica alla testa. I medici non sanno se si riprenderà. Akter, nonostante le gravi ferite riportate, è fortunato a dispetto di tanti, troppi, bambini che al contrario sono stati uccisi o feriti gravemente e che, a causa della mancanza di mezzi non sono potuti arrivare all’ospedale per ricevere cure e assistenza medica.

E’ una vera e propria emergenza umanitaria”, affermano i medici di Emergency che operano nella zona. “ E’ una situazione drammatica, lontana dai riflettori e dalle Convenzioni di Ginevra. Le luci si accendono, e non sempre, quando qualche missile sbaglia bersaglio, compiendo una strage di civili. Poi arrivano le scuse ufficiali e poi di nuovo il buio più totale”, ripetono. Oltre ai feriti ricoverati negli ospedali, non bisogna dimenticare i numerosi feriti costretti a rimanere nelle proprie abitazioni, a causa della mancanza di mezzi di trasporto per arrivare in ospedale. Bambini con arti amputati, con ferite gravi sul fisico, costretti a curarsi con le poche garze di fortuna trovate chissà dove. Ma la sensibilizzazione dell’opinione pubblica “occidentale” in questa direzione non è sufficiente. L’indifferenza alla fine cala il suo sipario su storie come quelle di Aktar.



23/02/2010 | Pamela Schirru

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