Franco Basaglia, un uomo che ha saputo ridare dignità umana ai "matti"
"C'era una volta la città dei matti" su Rai uno ha vinto la serata Tv di domenica scorsa. La prima delle due puntate sulla "Riforma Basaglia" ha ottenuto un ascolto di 5,5 mln di spettatori. La seconda è stata trasmessa lunedì 8 febbraio. La miniserie si è presentata per i telespettatori come l'opportunità di fare un viaggio nel passato, un viaggio bellissimo ma anche molto doloroso nella triste e crudele realtà dei manicomi. Il film, tratto da una storia vera e prodotto dalla Ciao Ragazzi di Claudia Mori per la regia di Marco Turco, racconta la battaglia di un giovane psichiatra Franco Basaglia che ha condotto, a partire dagli anni sessanta, contro le istituzioni del periodo, per ridare dignità e rispetto ai pazienti psichiatrici.
Infermieri - carcerieri e pazienti - carcerati: queste le strutture manicomiali di un tempo, dove i matti venivano sottopposti ad elettroshock, docce fredde, camicie di forza, celle di isolamento, assunzione smoderata di psicofarmaci. Vere e proprie atrocità che rendevano il paziente sempre più prigioniero della propria malattia. Risultato? Solo una grande sofferenza che spegneva lentamente prima l'anima e poi il corpo dei soggetti malati. Questo lo scenario che Franco Basaglia, ha visto apparire dinanzi a sè quando ha accettato l'incarico di direttore del manicomio di Gorizia. Lui è stato il primo a dare l'avvio ad un fenomeno di "anti - psichiatria" che tanto ha fatto parlare di sè, mettendo in discussione tutto il sistema manicomiale. "Il manicomio non si può riformare - sosteneva lo psichiatra - si può solo distruggere". Ed oggi, a distanza di 50 anni, possiamo dire che è riuscito nel suo obiettivo. Quando Franco Basaglia, per l'occasione interpretato da Fabrizio Gifuni, entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia, si presenta subito, dinanzi ai suoi occhi, una passerella di personaggi che sarebbero stati destinati a finire i propri giorni tra quelle 4 mura sporche, cariche di indifferenza, follia e dolore, se non fosse stato per lui che è riuscito a farli emergere da quello stato di nullità nei quali erano caduti e a ridare loro la dignità di esseri umani. Margherita, Boris, Furlan sono solo alcuni di essi.
Accanto a Fabrizio Gifuni c'erano l'attrice Sandra Tuffolatti nel ruolo della moglie Franca Ongaro, una donna coraggiosa e colta che ha saputo restare accanto al marito per cambiare insieme la terribile realtà dei manicomi; Vittoria Puccini nel ruolo di Margherita, una giovane ragazza bella e piena di vita che per volontà della madre, ossessionata dalla colpa di averla concepita con un soldato poi andato via, è costretta ad entrare in manicomio. Qui, quell'allegra ragazzina si trasforma in una creatura aggressiva e senza controllo, costretta a stare rinchiusa in una gabbia al pari di una bestia feroce. Boris, invece, reduce da una terribile guerra, rimasto sconvolto da tale esperienza, si riduce al mutismo. Tanti sono gli orrori e le cattiverie che i suoi occhi scuri e profondi hanno visto e soprattutto tante le sofferenze che il suo corpo e la sua fragile mente hanno dovuto sopportare. Boris si presenta agli occhi di Basaglia, come un uomo chiuso nel suo silenzio e nel suo dolore. Anch'egli ribelle e senza alcun controllo e per questo motivo costretto a restare incatenato ad un letto per 15 anni. Poi c'è Furlan un ex partigiano. Un uomo buono e amante della famiglia che si fa rinchiudere in manicomio per sua volontà. E proprio questo suo gesto la moglie non riesce ad accettare. Costretta a tirare su da sola i loro due figli, durante una lite col marito,a casa per una delle sue visite, viene spinta giù dalle scale e muore. Anche Furlan è una delle tante vittime della guerra, con un fisico ed una mente indeboliti dall'alcool veniva nutrito dagli infermieri con un imbuto e sottoposto a crudeli terapie.
Un ruolo a sè è quello interpretato da Nives, un'infermiera. Una brava donna tutta dedita al lavoro e alla famiglia. A lei è stato insegnato che i matti non sono altro che cose, semplici cose per cui, all'interno della struttura, ha solo il ruolo di lavarli, pulirli, vestirli e legarli. E lei li esegue senza opporsi. Ma tutto questo però, lentamente, la svuota. In quegli orribili luoghi non erano solo i pazienti ad essere svuotati dentro, ma anche il personale che eseguiva il proprio lavoro senza emozioni. Presto Nives si rende conto che il manicomio è solo un lagher che disumanizza non solo i matti ma anche gli infermieri. Questi sono solo alcuni tra gli uomini e le donne che Basaglia trova dinanzi a sè. Per ridare loro la dignità perduta, si cominciò col restituire a tutti i propri vestiti e oggetti, si sospesero le sedute di elettroshock, si aprirono i cancelli e i malati furono liberi di passeggiare nel parco, visitare le famiglie, andare in gita, mangiare insieme e perfino di lavorare. Ai margini di una società dalle vedute troppo ristrette per accorgersi quanto stesse accadendo nei manicomi, Basaglia e sua moglie diedero voce, con le loro proteste, alle loro idee per cambiare una cruda realtà.
Nasce nel 1978 la "Legge 180" passata alla storia come "Legge Basaglia", con la quale si stabilì di chiudere i manicomi in Italia, con la sostituzione di una serie di servizi esterni offerti dai Centri di Salute Mentale. Strutture dove, oggi, si provvede alla riabilitazione dei pazienti psichiatrici e, laddove possibile, ad un reinserimento nel tessuto sociale di alcuni tra loro, con la creazione di laboratori di pittura e teatro, gruppi di cucina, musicoterapia e canto, laboratori di scrittura e giornalismo. Queste sono solo alcune delle tante attività che i pazienti possono svolgere in questi centri. La legge 180 è tuttora in vigore anche se, è in giro una voce, seppur fioca, di una possibile riapertura dei manicomi. Ecco allora presentarsi un difficile interrogativo: è giusto riaprire i manicomi?