Arrestato nel 2003. Da tre mesi rifiutava cibo e acqua della prigione. I familiari accusano il governo cubano di "omicidio"
Si è spento all’età di 42 anni il dissidente cubano Orlando Zapata Tamayo, in sciopero della fame da 85 giorni. La morte resa nota da fonti dell’opposizione cubana, è avvenuta nel pomeriggio di ieri. Le sue condizioni fisiche si erano aggravate nel corso della mattinata, e per questo motivo era stato trasportato d’urgenza nell’ospedale più attrezzato dell’Avana. Le cure mediche nulla hanno potuto. Il fisico debilitato dell’uomo non ha retto. Zapata è morto alle 15.30 (le 21.30 in Italia).
Zapata era in carcere dal 2003. Arrestato con l’accusa di appartenere a frange dissidenti, l’uomo finì dietro le sbarre del penitenziario dell’Avana dove ha trascorso sette anni della sua vita. Prima di finire in manette, Zapata svolgeva l’attività di muratore e militava nel “Movimento per l’alternativa repubblicana”. Fermato dopo una retata compiuta dalla polizia cubana ai danni di gruppi di dissidenti nel 2003, costretto a subire ogni tipo di vessazione all’interno del carcere, Zapata tre mesi fa aveva cominciato a digiunare per protesta contro la violenza impiegata dai secondini nei suoi confronti, e contro le imposizioni imposte dalla direzione carceraria che si rifiutava di accettare la sua richiesta, concedendogli la libertà d’indossare la divisa bianca (simbolo dei detenuti politici), anziché l’uniforme indossata dai detenuti comuni. Le richieste del detenuto Zapata venivano continuamente soffocate dalle botte inflitte dalle guardie penitenziarie. Allora, era scattata l’idea di digiunare come atto di protesta. L'uomo cominciò a rifiutare il cibo della prigione, alimentandosi sempre meno se non grazie a qualche piatto che la madre o altri parenti dall’esterno, riuscivano a portargli. Un digiuno durato tre mesi che l’ha condotto alla morte.
Del suo caso si era occupata perfino l’organizzazione umanitaria Amnesty International, la quale aveva richiesto più volte al governo cubano il rilascio di Zapata, considerato “prigioniero di coscienza”. Appelli caduti nel vuoto. Ora la famiglia di Zapata accusa il governo cubano di “omicidio”. L’uomo, già da tempo, mostrava condizioni fisiche disperate. Era debilitato fisicamente, denutrito e disidratato. Se le autorità governative fossero intervenute per tempo, probabilmente Zapata sarebbe sopravvissuto. Invece, accusano i familiari “nostro figlio è giunto troppo tardi in ospedale. Era pelle e ossa quando è stato ricoverato. Aveva un buco allo stomaco”.
È la prima volta, dal 1972, che un detenuto muore a causa dello sciopero della fame. Le autorità, almeno fino al decesso di Zapata, avevano evitato la morte di altri detenuti mantenendoli in vita attraverso l’alimentazione forzata. L’ultimo episodio di questa natura risale a circa 38 anni fa, con la morte per la stessa ragione del poeta e leader studentesco Pedro Luis Boitel, che aveva combattuto prima contro la dittatura di Batista e poi contro quella di Fidel Castro.
La morte del dissidente ha suscitato numerose reazioni, soprattutto tra le fila delle organizzazioni umanitarie che si sono sempre mosse in difesa dei diritti umani fondamentali. Le radio locali hanno interrotto la loro programmazione per diffondere la notizia, mentre la tv di stato non ha fatto alcun cenno all’episodio, segno evidente del clima di astio che si respira nella città cubana nei confronti di dissidenti politici e oppositori di regime.
Il decesso di Zapata segna una linea di confine tra il regime cubano e la sua possibile apertura verso la comunità internazionale, dopo l'elezione di Barack Obama alla presidenza americana. Una speranza che sembra oramai tramontata.