Se ne potrebbe discutere a lungo. La decisione della Federazione Italiana Giuoco Calcio di punire i calciatori che bestemmiano in campo con il cartellino rosso, oltre a giungere con clamorosa intempestività - in una settimana in cui i tifosi di mezza serie A se le sono date di santa ragione - apre a un mondo ipotetico di difficile e ridicola regolamentazione.
Innanzitutto: bisognerà stilare una condivisibile lista di bestemmie ritenute punibili. Ci si potrebbe avvalere - per esempio - di qualche frate specializzato nella faccenda. Poi: la prova tv. Sarebbero da mandare in diretta gli incontri tra il giudice sportivo e un ausiliante sordomuto in grado di leggere il labiale ("Ha detto '...'!", "No, ha detto 'Morto, io'!"). Senza pensare al fatto che la norma sfavorirà i giocatori meridionali, meno inclini alla bestemmia rispetto a quelli del Centro-Nord. O che, se si vorrò essere precisi, le partite dovranno quasi sempre terminare in sette contro otto o giù di lì.
"La logica - dice il presidente federale Giancarlo Abete - è quella di migliorare i livelli comportamentali". Giusto e lodevole, anche se non era proprio questa la norma di cui si sentiva il bisogno. Si poteva impiegare più tempo a lavorare per rendere gli stadi un posto più sicuro, per porre freno al giro disarmante di soldi che ruota attorno a questo sport, o - per farla finita colla demagogia - per dare un'occhiata a quel che combinano gli arbitri ogni domenica. Sarà per la prossima volta, magari. Ora, in Figc, avranno da divertirsi con le nuove "perizie labiali".