Il cervello non digerisce la musica contemporanea

Le nostre strutture cognitive condizionano forse la capacità di comprendere e apprezzare il Novecento musicale

Se non capite Schönberg è colpa del vostro cervello. Lungi dall’essere un insulto, l’affermazione è, per alcuni, una buona notizia. Secondo il recente libro dell’inglese Philip Ball “The Music Instinct”, il cervello umano infatti avrebbe difficoltà oggettive a ricevere e classificare la musica classica contemporanea. Tutti sollevati, quindi.

La teoria non è certo nata ieri e forse è un po’ più complessa di quanto Ball, autore di saggi scientifici, la faccia sembrare. Nel suo volume, Ball si limita a raccogliere e interpretare anni di studi scientifici nel campo della neuroscienza e del rapporto tra musica e cervello umano.

Quando il nostro cervello analizza gli input sonori provenienti dall’esterno va in cerca di schemi ritmici precisi per codificare e distinguere melodie e rumore. Semplice, quando alle nostre orecchie arrivano Bach e tutta la tradizione musicale occidentale antica e moderna. Ma di fronte alla sfida dei compositori contemporanei, che sciolgono il ritmo dai vincoli classici e scompongono la melodia fino a destrutturarla, la situazione si complica. Così, il nostro organo fatica a codificare la nuova musica dando una sensazione di disagio e privandoci del senso di piacere.

Lo stesso mestiere del compositore ne risulta in qualche modo segnato. Secondo il volume di Ball il rispetto di certe formule compositive è essenziale per assicurare successo a una creazione musicale e suscitare il piacere dell’ascoltatore. I grandi maestri della musica fino al Novecento, secondo il saggista, componevano istintivamente melodie gradevoli per il cervello senza ridurre la qualità tecnica della composizione. La loro loro “forma mentis” li induceva naturalmente verso quelle forme musicali. Il XX secolo poi, con il suo sforzo di destrutturazione in ogni campo artistico, ha scomposto e superato le regole classiche introducendo il concetto di musica atonale, priva cioè di toni centrali. "Alcune delle innovazioni sperimentate per la prima volta da Schönberg, dice Ball "hanno destrutturato il modello tradizionale di architettura sonora. La musica di questi compositori è diventata quindi più frammentata, e il cervello fatica a trovare una configurazione ritmica".

Ball mette comunque le mani avanti per difendersi dall’ira dei cultori: "Tutto ciò non significa, ovviamente, che sia impossibile ascoltare opere sinfoniche contemporanee. Liquidarle come spazzatura sarebbe un errore. Ma sono più difficili da interpretare".

Il suo approccio sembra collocarsi nel solco di chi attribuisce “ai fatti”, al dato oggettivo, un’importanza maggiore rispetto all’elemento soggettivo e contestuale. Di segno opposto il commento di Timothy Jones, vicedirettore della Royal Academy of Music: "Mozart e Bach, sostiene Jones, "mostrano livelli di complessità simili a Schönberg. Mi domando quanto la familiarità con la loro musica non dipenda da ragioni culturali più che dall’innata incapacità di comprendere Schönberg: certe persone possono imparare ad apprezzarlo".

 



22/02/2010 | Giorgia Li Vigni

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